Ricordo bene che un giorno, quando ero più piccolo, entrando nella mia chiesa parrocchiale, mi sono seduto su una panca davanti alla quale c’era una vetrinetta. Dentro il sacrista era solito inserire le foto dei candidati al presbiterato. Due cose mi avevano colpito: erano giovani e sorridenti. Quest’anno sono 26 questi volti sorridenti e c’è di più: anch’io ne faccio parte!
Sei anni di formazione in Seminario. Sei anni decisivi che cambiano la vita. Forse noi seminaristi riceviamo una formazione senza eguali: siamo seguiti in ogni aspetto: nell’aspetto umano-relazionale, nell’aspetto culturale, sette giorni su sette. Penso che nessun’altra “scuola” preveda una formazione così completa; pensiamo, ad esempio, a chi studia per diventare medico e, quindi, avrà nelle sue mani la vita biologica delle persone, ebbene non è seguito, nella sua formazione, come chi chiede di diventare prete. Qual è, in complesso, il tesoro di questi anni? Un sentimento e tre sfumature. Il sentimento è la gioia, che ha tre sfumature, la prima è la vivacità. Ripensando a questi anni e alla mia classe, posso affermare che siamo stati gioiosi dal momento che abbiamo saputo essere vivaci: in classe, quando c’era da organizzare una festa per gli altri compagni di Seminario, quando siamo andati in pellegrinaggio in Terra Santa o a Roma, quando ci ritrovavamo a studiare a gruppi per gli esami, anche quando magari ci scontravamo per qualche diversità di veduta. Vivaci anche quando abbiamo scelto il nostro motto. Ma questa vivacità che si vede esteriormente ci è stata insegnata e speriamo di averla fatta nostra, anche nell’ambito spirituale: sappiamo bene che un prete vivace spiritualmente è un prete vivo e fecondo. È vivace il prete che incontra il Signore ogni giorno. Una seconda sfumatura della gioia è la costanza. La costanza è forse una cartina di tornasole della gioia: una vita piena e gioiosa interiormente dà lo slancio sul lungo termine. Un’ultima sfumatura della gioia si riscontra nella spontaneità. Spontaneità che è anche trasparenza. Siamo stati educati alla spontaneità nei confronti degli educatori. Ci hanno sempre fatto vedere che la trasparenza nella vita e nel servizio che ci viene chiesto è una qualità sempre apprezzata. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che essere sinceri è una carta vincente. Ma c’è spontaneità anche quando non ci nascondiamo dietro un ruolo, dietro una maschera, ma ci mettiamo a nudo nella quotidianità. A partire da queste tre sfumature possiamo fare nostra la domanda che Paolo VI ha usato nell’esortazione apostolica Gaudete in Domino: «È per noi una esigenza di amore invitarvi a condividere la gioia sovrabbondante che è un dono dello Spirito Santo?». Sì: è per noi un’esigenza d’amore, perché non solo abbiamo sperimentato la gioia, ma anche le sue multiformi sfumature.
don Simone Sormani

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